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Donne

Le diseguaglianze di genere in Italia

Quale possibile contributo del PNRR.

Ministero dell’Economia e delle Finanze- Report 2022

È purtroppo noto quanto il nostro paese sia ancora attraversato da gravi divari di genere. Le donne sperimentano forti svantaggi rispetto agli uomini sia nella sfera lavorativa, economica, politica che in quella familiare, educativa, sociale e sanitaria. Disparità che in media colpiscono più duramente l’Italia rispetto agli altri stati Ue e il sud rispetto al resto del paese.

Come i divari territoriali e quelli generazionali anche i divari di genere sono considerati una priorità strategica e trasversale del Pnrr (piano nazionale di ripresa e resilienza). Tutte le missioni del piano hanno infatti al loro interno misure che si ritiene possano, direttamente o indirettamente, favorire il raggiungimento di pari opportunità per i giovani, le donne e i territori del sud.

Lo scorso 9 luglio, la Ragioneria generale dello stato ha reso pubblico un documento relativo al potenziale contributo del Pnrr alla riduzione delle diseguaglianze di genere in Italia. Un rapporto che illustra le 34 misure del piano che dovrebbero avere un impatto positivo sulle condizioni delle donne.

Di questo documento riportiamo di seguito la Sintesi rinviando ovviamente alla lettura dell’intero documento del MEF.

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L’Italia è notoriamente caratterizzata da rilevanti differenze di genere in vari ambiti: mercato del lavoro, partecipazione a processi decisionali, livelli d’istruzione, accesso alla salute. La crisi pandemica da Covid-19 ha esacerbato tali disuguaglianze accrescendo le difficoltà nell’occupazione, nella conciliazione vita lavoro, oltre che il numero degli episodi di violenza sulle donne. In questo documento si presenta una valutazione di genere ex ante in riferimento al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR)2, che va interpretata anche alla luce delle differenze che caratterizzano le diverse aree geografiche del Paese, prestando particolare attenzione alle criticità che si riscontrano nel Mezzogiorno.

Le donne nel mercato del lavoro

L’occupazione femminile è stata particolarmente colpita dalla crisi pandemica e nel Mezzogiorno ha raggiunto livelli tra i più bassi tra quelli europei. A rendere più drammatica tale situazione vi è il fatto che il tasso di mancata partecipazione al mercato del lavoro pari in media a 22,7 per cento per le donne e 16 per cento per gli uomini nel 2020, al Sud riguarda il 41 per cento delle donne e esprime un divario di genere ancora più ampio. Ulteriori elementi che enfatizzano la condizione di svantaggio delle donne sul mercato del lavoro sono rappresentati, da un lato dalla presenza di figli in età prescolare che rendono più difficile l’accesso delle madri al mercato del lavoro: l’indicatore di occupazione relativa delle madri è in diminuzione di 0,9 punti percentuali rispetto al 2019. Dall’altro lato, va tenuto in considerazione sia che una quota decisamente superiore alla media europea di circa il 20,5 per cento di donne opta, seppur spesso involontariamente, per il part-time; sia il fatto che una donna su nove è impiegata in lavori con bassa paga, e quasi mai ricopre posizioni di vertice. A ciò si aggiunge una forte disparità salariale nei guadagni complessivi (gender overall earnings gap, GOEG3 ) che in Italia è pari al 43 per cento, a fronte di un valore medio per i Paesi dell’Unione europea (UE-27) del 36,7 per cento. Anche la pensione percepita dalle donne in media è inferiore a quella degli uomini a causa di una carriera lavorativa frammentata.

Conciliazione vita-lavoro

In ambito di conciliazione tra il lavoro e la cura di figli o di familiari non autosufficienti va evidenziata una forte asimmetria nella distribuzione del lavoro familiare, che presenta una concentrazione del carico a svantaggio delle donne (l’indice, dato dal rapporto tra tempo dedicato al lavoro familiare dalla donna e totale del tempo dedicato al lavoro familiare da entrambi i partner per 100, è pari a 60,9 per cento al Nord, 62,4 per cento al Centro e 69,7 nel Mezzogiorno): a ciò si aggiunge una bassa fruizione dei congedi riservati ai padri (pari al 21,3 per cento del totale dei potenziali beneficiari nel 2019) e una forte carenza generale di servizi di cui le famiglie possono usufruire per far fronte alle esigenze di cura ed educazione per la prima infanzia.

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