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Editoriale del 19 agosto

Aggressione a Salman Rushdie

Nei Paesi musulmani molti hanno paura di condannare

Negli ultimi vent’anni ho avuto modo di intrattenere molte lunghe conversazioni con svariati scrittori minacciati di morte, specie da «islamisti» o «estremisti islamici»

Oppure con scrittori che, per i motivi più diversi, si ritrovano a vivere sotto tale minaccia nei Paesi islamici e meritano di usufruire della protezione delle guardie del corpo.

Sono anch’io uno di loro. Per gli ultimi quindici anni, la mia vita pubblica è stata tutelata grazie alla scorta assegnatami dal governo turco. Tuttavia, per quanto siano simpatiche e premurose le guardie del corpo, e per quanto si sforzino di non dare nell’occhio, la loro presenza non è mai piacevole. Per esperienza, so benissimo che dopo i primi cinque anni, quelli più pericolosi, lo scrittore sotto protezione si convince che «il peggio è passato», che forse può fare a meno della scorta e tornare alla sua vecchia, bella vita «normale».

Nella maggior parte dei casi, però, non è una decisione realistica e pertanto università, organizzazioni, fondazioni, enti e comuni che decidono di invitare quegli scrittori che non sono disposti a lasciarsi intimorire, hanno il dovere, automaticamente, di tutelare la loro sicurezza, a prescindere da quanto gli scrittori stessi possano pensare o sostenere riguardo la loro condizione.


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