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“Il futuro dell’universo

Cosmologia ed escatologia”

Prof. Francesco Brancato, Lei è autore del libro Il futuro dell’universo. Cosmologia ed escatologia, pubblicato da Jaca Book: qual è il destino ultimo dell’universo per la teologia?

Il libro che ho scritto e che è appena uscito in libreria è l’ultimo di una serie di pubblicazioni che ho dedicato al confronto tra teologia e scienza. In altri libri ho infatti trattato di questioni di teologia della creazione intrattenendo un confronto critico con alcuni scienziati: con Piero Benvenuti ho scritto intorno all’origine dell’universo, con il compianto Ludovico Galleni dell’evoluzione della vita, dopo aver approfondito le questioni limite tra scienza e fede, ecc. In quest’ultimo ho voluto “concludere” questo filone, almeno per il momento, gettando lo sguardo fino a dove la cosmologia contemporanea ce lo permette, ma soprattutto fino a dove la speranza cristiana ci consente. L’ho fatto, tuttavia, con lo spirito di sempre, ovvero con la consapevolezza che fornire risposte precostituite e assolutamente chiare e incontrovertibili su questioni così delicate, non fa bene a nessuno. Ecco perché più volte nel mio libro parlo di docta ignorantia futuri.

L’oggetto della riflessione dell’escatologia cristiana è questo mondo che abitiamo, questo universo e questa materia, il loro futuro e il loro destino. Essa non intende tuttavia informarci puntualmente su quanto accadrà all’universo, cioè al nostro pianeta, al nostro sistema solare, alla nostra galassia, ecc., secondo quanto le scienze prevedono, sebbene non parli affatto di un altro universo e di un’altra storia, ma di questo nostro universo e della sua storia. Ciò vuol, dire, per rispondere in qualche modo alla domanda e avendo chiare però queste premesse, che sono d’obbligo alcune precisazioni.

Così come la teologia non ha inteso fornire informazioni riguardanti il ‘come’ della creazione, soffermandosi non tanto sulla considerazione della realtà creata in sé, quanto piuttosto sul fatto che tutto ciò che esiste deve la propria esistenza a Dio in forza del suo libero e sovrano atto creativo, allo stesso modo ha anche pensato la fine in rapporto al compimento dell’opera di Dio e alla storia della sua promessa di salvezza. Nel modo in cui non ha confuso il principio metafisico della creazione con il suo inizio temporale ed ha mantenuto distinti il Big Bang dal fiat lux delle prime pagine di Genesi, ha operato lungo la stessa linea per ciò che concerne la fine.

Così facendo non ha mischiato il compimento escatologico della creazione a opera di Dio con lo stadio finale dell’universo, secondo quanto pronostica la scienza. Tutto questo semplicemente perché il compimento non equivale a una mera conclusione e quest’ultima, di per sé, non dice necessariamente compimento. Così come inizio dell’universo non vuol dire esattamente la sua origine metafisica (altrimenti manterrebbero tutta la loro validità domande del tipo: cosa c’era prima dell’inizio effettivo dell’universo e da dove proviene quel qualcosa da cui tutto ha avuto origine?), nello stesso tempo, compimento e fine escatologico dell’universo non vogliono dire esattamente la conclusione della sua parabola, ma dicono pienezza in Cristo, ovvero: l’universo ha un senso, non deve la sua esistenza al caso, ma risponde al progetto di salvezza e di bene del Creatore.

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